1982, una storia cattura l’attenzione del pubblico. Alla partenza della quarta edizione della Dakar comparve un nome inatteso: Sir Mark Thatcher, ventinovenne figlio di Margaret Thatcher, il Primo Ministro britannico. Pilota dilettante ma ambizioso, aveva già tentato la 24 Ore di Le Mans senza mai portarla a termine. Eppure, convinto che l’esperienza accumulata sarebbe bastata, si presentò il 1° gennaio 1982 sulla linea di partenza con una Peugeot 504 e—come avrebbe ammesso lui stesso—zero preparazione specifica. La prima settimana scorse senza particolari intoppi. Ma il 9 gennaio, il deserto presentò il conto. Dopo il cambio di uno pneumatico, Thatcher perse il contatto con il gruppo, imboccò una pista sbagliata e si addentrò da solo nel nulla più assoluto: le dune tra Algeria e Mali. Per tre giorni nessuno poté nemmeno dichiararlo ufficialmente disperso, come previsto dal regolamento dell’epoca. Quando le ricerche partirono, mobilitarono persino la RAF, in un’operazione che suscitò forte clamore politico. Il 14 gennaio, un aereo militare algerino individuò finalmente la Peugeot: Thatcher, la copilota Anne-Charlotte Verney e il meccanico erano vivi, ma si trovavano a quasi 500 km dalla tappa che avrebbero dovuto raggiungere. Li avevano salvati scorte abbondanti di viveri e il freddo dell’inverno sahariano. Per Mark Thatcher fu la fine delle avventure sportive e l’inizio di una carriera finanziaria costellata di scandali. Il caso più clamoroso arrivò nel 2004, quando fu accusato di aver sostenuto un tentato colpo di Stato in Guinea Equatoriale: evitò il carcere con una multa milionaria, ma venne bandito dagli Stati Uniti.

Eppure, nonostante luci e ombre, resta un dettaglio difficile da ignorare: l’incoscienza quasi romantica di un uomo che, spinto più dall’audacia che dal talento, decise di sfidare la Dakar—una gara che incute timore anche ai professionisti—mettendo in gioco tutto, persino la vita. Una follia che, a distanza di anni, conserva ancora un fascino inatteso.
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